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Sulmona
Sulmo mihi patria est
Sulmona è una splendida città della valle Peligna ed è, al contrario della maggior parte dei centri abitati abruzzesi, interamente in pianura. In ogni piazza e in ogni strada del centro, si respira una nobile storia che parte da molto lontano. A Sulmona più importante dei confetti è solo Ovidio, che cantò nei carmi le sue origini "Sulmo mihi patria est", le cui iniziali oggi trovano posto nello stemma SMPE.
Lo stesso Ovidio contribuì ad alimentare la convinzione che le origini derivassero da Solimo, compagno di Enea in fuga dopo la distruzione di Troia
L'antico oppidum italico, le cui vere radici vanno forse cercate sulle alture del Colle Mitra, dove una imponente cinta muraria testimonia la presenza di un insediamento fortificato preromano, è però menzionato per la prima volta da Tito Livio solo al tempo della seconda guerra annibalica. Sulmona entrò nell'orbita di Roma dopo la guerra Sociale del 90 a. C..
Altri studiosi però ritengono che il nome derivi da Sulmo, con il significato di luogo ricco di acque. Le prime notizie dell’esistenza di Sulmona si devono a Tito Livio che racconta del passaggio di Annibale nei pressi dell’abitato durante l’attacco a Roma del 211 a. C.. Sulmona fu uno dei tre municipi della Valle Peligna insieme a Corfinium e Superaequum.
Sulmona prosperò in età imperiale grazie alla ricchezza assicurata dall’agricoltura e dalla pastorizia. Resti di quel periodo sono emersi dagli scavi ai piedi del monte Morrone, nel tempio di Ercole Curino, dove leggenda vuole che sorgesse la villa di Ovidio, che hanno portato alla luce il bronzetto dell’eroe del III secolo a.C., considerato un capolavoro dell’arte antica, oggi conservato nel Museo archeologico di Chieti
Dopo l’impero ci furono gli anni bui delle invasioni di barbari, saraceni e ungari. Il periodo più fecondo si ebbe sotto la dinastia degli Svevi e con Federico II vennero costruiti importanti opere civili, primo tra tutti l’Acquedotto Medioevale. La città fu promossa a sede del Giustizierato e a sede della Curia di una delle grandi Province in cui era divisa la parte continentale del Regno. Vi si teneva la prima delle sette fiere annuali che si tenevano in sette città del regno.
La fedeltà a Corradino di Svevia suscitò però le ire di Carlo d’Angiò che, dopo aver diviso la regione in due province, trascurò Sulmona in favore dell’Aquila e le fece perdere i suoi privilegi.
Nel 1337 i sulmonesi sbaragliarono con ingegno, dopo aver finto una resa, gli ungari e conquistarono nuove fortune. Carlo III di Durazzo concesse alla città la zecca per battere monete in oro e in argento.
Le guerre tra angioini e aragonesi e in particolare gli assedi di Braccio da Montone e poi da Jacopo da Caldora, il terremoto e la peste misero a dura prova la città.
Il XVI secolo vide nascere la scuola orafa, l’industria della carta e la stampa insieme al fiorire dei commerci, come quello della lana e delle stoffe preziose, testimoniato anche dal passaggio di Leonardo da Vinci che parla del suo viaggio scrivendo:"Per fare un piacere a lo messere Paulo Trivultio a dicto a esso che quando parte per andare fino a Solmona per comprare la lana tene portare a me cum a esso perché volo conoscere questo paese perché per lo messere Trivultio essa tene tante cose a vedersi"
La città di Sulmona passò dai francesi ai borboni, di famiglia in famiglia e il 3 novembre del 1706 fu devastata da un terremoto di magnitudo pari al 9°-10° grado della scala Mercalli che, oltre a causare più di 1000 morti, distrusse gran parte di quel patrimonio architettonico che le aveva meritato la definizione di "Siena degli Abruzzi".
Sul finire dell'800 nuova linfa fu assicurata dallo sviluppo ferroviario che ne fece uno dei più importanti centri d'Abruzzo.
Durante la seconda guerra mondiale, per essere a ridosso della linea Gustav, subì gravissimi danneggiamenti.
La rivolta popolare del 1929
Una notevole quantità di tasse e dazi da pagare veniva imposta ai contadini per il trasporto dei prodotti dei campi. Il controllo era facilitato dalle mura e dalle 6 porte di accesso alla città.
I contadini si riunirono in una commissione ed ottennero la promessa di un alleggerimento delle tasse da parte del commissario prefettizio, smentita da una nuova richiesta di tassa sul trasporto delle cannizze, fasci di legna usati per il fuoco. La mattina seguente alla richiesta (fatta al rientro delle donne dai campi) alcuni contadini armati di zappe e forconi assaltarono le porte e i posti daziari (le garitte). Le tasse e le garitte vennero abolite ma il regime non tollerò la rivolta e punì la città non eleggendola a provincia
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